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Il rivelatore

VAGARE NEI SACRI LUOGHI SELVAGGI CON ROBERTO NANNI

15/07/2009

È uscito in questi giorni per Federico Carra editore il dvd Roberto Nanni Ostinati85/08 contenente i lavori del regista sperimentale Roberto Nanni. Un’antologia sul lavoro del cineasta sperimentale che abbiamo scelto di presentare attraverso il filtro di un’unica opera (Dolce vagare in sacri luoghi selvaggi), sintesi delle tematiche e dell’estetica di Nanni.

di Jan Mozetič

Più che due corpi, sono due organi quelli che si affrontano senza remore in maniera totale, istintiva e perciò ancora piena di grazia. Il regista sperimentale Roberto Nanni prende il materiale video dell’incontro tra Mohamed Ali e Joe Frazier e grazie a un truka artigianale gonfia la pellicola facendo emergere al contempo i dettagli dei corpi e quelli della grana della pellicola. Due organi dicevamo, che si compenetrano e confondono, creando con il loro movimento, con la loro vitalità il luogo di un accadimento, delimitato solo dalle corde del ring che vediamo in secondo piano. Corde che tutelano le regole, l’ordine, dietro al quale vediamo solo il buio di una platea senza spettatori. Dietro alle corde, infatti, non c’è pubblico. Solo in qualche scena vediamo degli spettri lontani e immobili, assolutamente incapaci di osservare. Semplici testimoni di un aldilà, fuori dalle regole costituite. L’incontro si svolge su un palcoscenico, una rappresentazione quindi. Ma per essere tale deve esserci (come nelle tele di Francis Bacon) uno spettatore, qualcuno che testimoni che il fatto sta accadendo, che è accaduto. Lo spettatore di questo atto non è niente altro che l’arbitro. Unica figura identificabile grazie ai baffi e la sua camicia blu che contrasta in modo stridente con le mille sfumature del bellissimo rosaceo dei corpi. Il rosaceo si trasforma spesso in un rosso violento. Ma la violenza che qui si vede è semplicemente quella della vita nella sua irrefrenabile sete di esprimersi fuori da ogni logica del senso, da ogni tentativo di identificazione. In realtà poi anche questi corpi, queste carni stupende operano dentro una struttura nella quale, il vero padrone è il giudice, colui che decide e scrive le regole, raggelando la libertà dei movimenti tentando di ricondurre tutti i gesti a un punteggio, l’incontro a una banale gara per un premio. Nel corso dell’opera riconosciamo però un altro volto. Quello di Mohamed Ali. Più che di un volto però bisogna parlare di un’icona, di un simbolo della lotta etica. Il volto di Ali non si contrappone alle gesta del suo corpo. Ne è la controparte necessaria affinché l’incontro possa uscire dal ring, sconfiggere l’arbitro. Sottrarsi insomma alle regole del gioco e approdare a uno scontro contro queste stesse regole. Il corpo da solo insomma non basta. Per poter lottare contro l’arbitro c’è bisogno anche del personaggio, di Ali. In uno scenario beckettiano Nanni mette in scena però corpi assolutamente erotici, mediterranei, lontani anni luce da quelli sfiniti ed esili di Beckett. In questo lavoro forse più che in altri, si cristallizza il modo di approcciarsi alla vita come all’arte da parte di Roberto Nanni. Le sue immagini in movimento richiedono, infatti, un’attenzione e un’intensità fuori dall’ordinario per l’occhio che le guarda. Solo a uno sguardo feroce, voglioso e complice è concesso l’accesso ai corpi e alle fantasmagorie che popolano, anzi vivono nelle pellicole di Nanni. Per fare ciò c’è bisogno di uno sguardo selvaggio (come diceva Breton), e delicato, capace “fisicamente” di sovvertire la realtà. Il reale è l’astratto nel cinema di Nanni sono la medesima cosa. Uno non può sopravvivere senza l’altro. Nanni quasi sempre, infatti, parte da immagini “oggettive”, reali, consapevole che è nella carne stessa della realtà che si nasconde il sogno. Basta saperla guardare e cercare con intensità e ferocia sufficienti, per trascendere lo stato delle cose e ascendere al movimento sublime, alla vita.